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Che cosa rafforza l’uomo nel suo sentimento di sé?



Quando siamo di fronte a un semplice fatto possiamo comportarci in modo esatto, facendocene una rappresentazione che corrisponda con precisione al fatto stesso, che sia cioè vera; oppure per imprecisione, per interiore pigrizia, o anche per una immediata avversione alla verità, per falsità, possiamo formarcene una rappresentazione che non corrisponda al fatto, che non coincida col fatto.


Quando pensiamo la verità su un fatto, concordiamo col sentimento che abbiamo del nostro corpo fisico e persino con le relazioni di questo con resistenza preterrena. In effetti basta soltanto che per pigrizia o falsità formiamo una rappresentazione che non corrisponda ai fatti, perché in un certo senso produciamo una rottura in ciò che ci tiene in contatto con la nostra esistenza preterrena. Produciamo uno strappo nel nesso con l’esistenza preterrena, quando ci abbandoniamo a qualcosa di non vero. Se così posso dire, noi elaboriamo nell’esistenza preterrena un sottile tessuto spirituale che poi si contrae e si riflette nel nostro corpo fisico. Si potrebbe dire che il corpo fisico sia collegato con molti fili all’esistenza preterrena e che abbandonarsi alla non verità strappi quei fili. La semplice coscienza intellettuale che oggi, nel periodo dell’anima cosciente, è propria dell’uomo non rileva quando qualcosa viene spezzato nel modo indicato. Di conseguenza oggi l’uomo è soggetto a tante illusioni in merito ai nessi nei quali egli è in realtà inserito nell’esistenza universale.


Oggi si vede soltanto qualcosa di fisico in merito a quanto ci occorre per la salute fisica. Si agisce tuttavia sul corpo fisico, e in particolare sulla costituzione del sistema nervoso, quando nel modo indicato spezziamo i fili con l’esistenza preterrena, abbandonandoci alla non verità. Così, grazie al sentimento del nostro corpo fisico, abbiamo in effetti nel mondo il sentimento del nostro essere spirituale. L’averlo interiormente è la conseguenza di non aver spezzato i fili che dal corpo fisico vanno all’esistenza preterrena. Quando invece siano rotti dobbiamo incoscientemente creare un surrogato per il sano sentimento spirituale dell’essere, per il sentimento del proprio essere, dell’esistenza. Si è allora indirizzati (come ho detto, tutto ciò è inconscio) ai più diversi giudizi convenzionali, a giudizi che sono tanto radicati da attribuirsi un sentimento di sé. Anche in merito al sentimento di sé l’umanità è giunta a poco a poco a una insicurezza interiore che penetra addirittura nel corpo fisico. Ma tale puro sentimento di sé, che sempre più troviamo nell’umanità quanto più risaliamo nella storia, è dunque oggi così potentemente presente?


Pensiamo soltanto a tutto ciò che oggi vogliamo essere purché non a seguito della nostra originaria vita spirituale interiore! Vogliamo essere qualcuno grazie, diciamo, a quanto c proviene dal mestiere con le sue più diverse designazioni: segretario, funzionario; abbiamo inoltre l’opinione di essere appunto qualcuno se il nostro essere viene designato così dalle convenzioni sociali. In effetti, inve


ce, ci si arriva attribuendosi la propria umanità grazie al sentimento interiore del proprio sé, indipendentemente da ogni esteriorità.


Che cosa rafforza l’uomo nel suo sentimento di sé? Qui nell’esistenza terrena viviamo in effetti in un mondo che è solo il riflesso della vera realtà. Comprendiamo anzi il mondo fisico in modo giusto solo considerandolo un’immagine della vera realtà. Dobbiamo però sentirla in noi, dobbiamo sentire la nostra connessione con il mondo spirituale. Lo possiamo però soltanto se rimane integro tutto quanto ci unisce con resistenza preterrena. Tutto ciò si rafforza, se così posso dire, grazie a una nostra predilezione per l’incondizionata verità e veracità. Nulla rafforza tanto l’originario e puro sentimento di sé quanto il senso per la verità e la veracità. Porta a un vero interiore consolidamento di un sentimento di sé degno dell’uomo il sentirsi obbligato, riguardo alle cose che si dicono, a cercare prima i limiti entro i quali si possono dire. A sua volta il sentimento di sé è connesso col sentire la spiritualità nel corpo fisico, e persino col riconoscere una stretta parentela del nostro corpo fisico con l’ideale della verità.


Solo poco tempo prima di discendere dall’esistenza preterrena in quella terrena noi acquisiamo il nostro corpo eterico o vitale, il corpo delle forze formative, come lo ho anche chiamato in conferenze tenute poco tempo fa.* In un certo senso raduniamo le forze del mondo eterico per formare il nostro corpo eterico. Se così posso esprimermi, per quanto riguarda il corpo eterico periodi più antichi dell’evoluzione dell’umanità erano meglio serviti rispetto a oggi. L’umanità di oggi non ha un gran senso per il corpo eterico. Si ha al contrario il sentimento di poterne schernire la realtà. Tuttavia, se ne può rafforzare il sentimento grazie all’esperienza della bellezza.



Se la verità e la veracità diventano una vera esperienza, in un certo senso noi siamo ben radicati nel nostro corpo fisico. Se poi sviluppiamo un giusto sentimento per la bellezza, siamo ben radicati nel nostro corpo eterico o delle forze formative. La bellezza è collegata col corpo eterico, come la verità col corpo fisico.


Possiamo chiarire nel modo migliore quel che dico pensando all’importanza che viene data alla vera bellezza e che risulta dall’arte. Quel che dico vale in effetti per tutte le arti. Avendo di fronte a noi un essere umano, quale ci si presenta in carne e sangue, sappiamo di vederne uno dei tanti. Il singolo individuo non ha in effetti alcun significato senza i molti altri che lo attorniano. Egli è parte dei tanti, e i tanti sono in lui. Basta riflettere a quante poche radici nell’esistenza abbia il singolo essere umano fisico senza gli altri. Quando però si rappresenta artisticamente qualcuno, nella scultura, nella pit tura o in un dramma, si tende a creare qualcosa di sufficiente in se stesso, qualcosa che sia concluso in sé, che in certo modo porti in sé tutto il mondo, come in effetti l’essere umano porta in sé tutto il mondo nel suo corpo eterico, dato che da tutto il mondo raccoglie in sé le forze eteriche per dar forma al proprio corpo eterico nell’esistenza terrena.


Si può dire che grazie all’entusiasmo per la verità e la veracità l’uomo forma nelle profondità del suo essere almeno un sentimento per l’esistenza preterrena, e che d’altra parte un’epoca che non ne abbia, non ha neppure un giusto senso per verità e veracità. Proprio un energico e forte sentimento per la verità unisce molto al passato preterreno; e in sostanza, a seguito di esperienze interiori della presente vita terrena, ci rende un po’ tristi. Una sincera vita dell’anima, che sviluppi anche un forte entusiasmo per la verità e la veracità, quando viva appunto in tale entusiasmo, sarà sempre un po’ triste rispetto al presente e sarà anche confortata solo dalla luce e dal calore del sentimento per la bellezza nell’anima. Grazie alla bellezza ci rallegriamo rispetto alla tristezza che sempre ci assale quando sviluppiamo un grande entusiasmo per la verità e la veracità che sempre, anche se in modo intimo e sottile, ci dice: la verità è pur sempre solo nell’esistenza preterrena, e qui nel mondo terreno ne abbiamo solo un riflesso. Abbandonando il mondo preterreno abbiamo in effetti perduto il giusto inserimento nella sostanza della verità. Solo grazie all’entusiasmo per verità e veracità riusciamo a ristabilire una giusta relazione con l’esistenza preterrena.


Grazie a un sincero e vero sentimento per la bellezza in certo modo qui nell’esistenza terrena ci riallacciamo all’esistenza preterrena, né mai si dovrebbe sottovalutare in ogni tipo di educazione, in ogni forma di cultura e di civiltà l’importanza della bellezza. Un mondo civile che è riempito solo di brutte macchine, di fumo e di brutti camini, che si sottrae alla bellezza, è un mondo che non intende riallacciare l’uomo all’esistenza preterrena, che in un certo senso vuole strapparlo dall’esistenza preterrena. Non solo come paragone, ma come piena verità si può dire che una città industriale è un appetibile soggiorno per tutti i dèmoni che vorrebbero farci dimenticare che abbiamo nella spiritualità un’esistenza preterrena.


Dedicandoci però alla bellezza, la dobbiamo acquisire al prezzo che il bello non abbia radici nella realtà, proprio riguardo alla sua bellezza. Quanto più bella facciamo ad esempio la figura umana in una statua o in un quadro, tanto più dobbiamo ammettere che essa non corrisponde a una realtà esteriore nell’esistenza terrena. In un certo senso è solo un conforto attraverso la bella parvenza, e quindi un conforto che in effetti è sufficiente fino al momento in cui attraversiamo la porta della morte.


Il mondo dello spirito, in cui viviamo nella nostra esistenza preterrena, è sempre presente. Basta soltanto che stendiamo un braccio: lo inseriamo nel mondo che è il mondo dello spirito, in cui siamo nella nostra esistenza preterrena. Ma sebbene esso sia sempre presente, abbiamo con esso un collegamento solo nell’inconscio più profondo, quando ci infiammiamo di entusiasmo per la verità e la veracità. E per l’esistenza terrena è un ricollegarsi, quando ci entusiasmiamo per il bello, per la bellezza.


Se tuttavia l’uomo deve essere vero, in un superiore senso spirituale significa che non deve dimenticare di aver vissuto, in un’esistenza preterrena, nella spiritualità. Mentre egli deve infiammarsi per la bellezza, nella sua esperienza animica deve crearsi almeno in immagine il modo di riallacciarsi allo spirito dell’esistenza preterrena. Ma come perviene a formare una forza reale che lo introduca direttamente nel mondo dal quale proviene con la sua entità umana, discendendo dall’esistenza preterrena a quella terrena?


Vi perviene riempiendosi di bontà, di quella bontà che anzitutto si occupa degli altri, di quella bontà che non si limita a sapere soltanto di sé, ad avere interesse solo per sé, di sentire soltanto quanto vi è nella propria interiorità, bensì di quella bontà che riesce a trasferire la propria anima nelle caratteristiche dell’altro, nell’essere dell’altro, nelle esperienze dell’altro.


Questa bontà comporta una somma di forze nell’anima umana. Esse sono tali da compenetrare davvero l’essere umano con qualcosa di cui, nella sua piena umanità, era compenetrato nell’esistenza preterrena. Se grazie alla bellezza in immagini l’uomo si riallaccia alla spiritualità dalla quale si era staccato a seguito della sua esistenza terrena, se è buono si congiunge con la sua esistenza terrena a quella preterrena, ed è appunto buono chi riesce a trasferire la propria anima nell’anima dell’altro. In sostanza, dal trasferire la propria anima in quella dell’altro dipende tutta la moralità, la vera moralità. La moralità è ciò senza cui non può essere mantenuta una vera configurazione sociale dell’umanità terrena.


Ma se da un lato la moralità si manifesta nei più significativi impulsi di volontà che poi si realizzano nelle alte azioni morali, tuttavia la moralità nell’uomo inizia come un impulso che compenetra e afferra l’anima, che lo tocca quando sente con l’altro i segni di preoccupazione sul suo viso, o almeno quando il suo corpo astrale avverte in sé gli stessi segni di preoccupazione, vedendoli nell’altro. Come infatti il sentimento del vero e del verace si manifesta nel giusto inserimento nel corpo fisico, come lo sperimentare e rinfiammarsi per il bello si manifesta nel corpo eterico, così il bene vive senz’altro nel corpo astrale umano. Esso non può essere sano, non riesce a stare correttamente nel mondo, se l’uomo non è in grado di compenetrarlo con quanto proviene dalla bontà.


La verità è affine al corpo fisico, la bellezza al corpo eterico, la bontà al corpo astrale. Arriviamo così a qualcosa di concreto rispetto alle tre astrazioni di verità, bellezza e bontà, possiamo riferire al vero essere dell’uomo quel che istintivamente intendiamo con quei tre ideali.

Rudolf Steiner

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