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Come intessere relazioni con le entità spirituali che sono in ogni esperienza


Abbiamo sentito che a seguito delle opportune preparazioni che deve attraversare, il veggente perviene a vedere una serie di immagini che in sostanza gli si presentano come le cose del mondo esterno. Anche di fronte alle immagini del sogno si è come di fronte alle cose del mondo. Solo a poco a poco, come abbiamo visto ieri, si arriva a identificarsi con le immagini, per così dire a inghiottirle, a diventare uno con le immagini, a vivere del tutto in esse.


Nel momento in cui il veggente, in conseguenza della sua preparazione, arriva ad avere immaginativamente davanti all’anima qualche cosa di spirituale, anch’egli vi è inserito. Con il processo successivo, cioè l’identificarvisi, compie soltanto un processo di coscienza, ma in realtà è comunque nell’immagine. Non vi è inserito solo il veggente, ma anche ogni altra persona. Quando si è di fronte a un oggetto con i normali occhi fisici e con l’intelletto fisico, non si è soltanto nell’oggetto fisico (che come abbiamo visto è solo un’illusione) ma si è anche nell’essere spirituale. Si è sempre anche negli esseri spirituali che non sono incarnati. Quindi si è sempre nelle immagini che il veggente percepisce solo in parte. Esse sono sempre attorno a noi, e noi vi siamo sempre inseriti: rimangono impercepibili, invisibili perché, per dirlo astrattamente, le capacità umane di percezione sono troppo ottuse e grossolane per percepire con i sensi usuali le sottili e fluttuanti entità e formazioni.


Grazie a quanto si sperimenta con le immagini, identificandosi con esse, si sa direttamente: se ora che si è divenuti identici, che ci si è identificati con le immagini, si ritornasse nel corpo fisico, se invece di rimaner fuori in attesa che il corpo eterico rispecchi l’essere delle immagini, si portasse tutto ciò con cui ci si è uniti nel corpo fisico, vale a dire nello spazio delimitato dalla propria pelle, si distruggerebbe il corpo fisico fino al momento della morte. Nel corpo fisico vi sarebbe subito il germe della morte. Non è possibile inserire nel corpo fisico ciò con cui ci si è identificati. Ci si può identificare soltanto quando subentra davvero la morte. Quando nell’esistenza terrena interviene realmente la morte, l’anima è al punto di potersi identificare con le immaginazioni nel corso naturale della vita; e allora subentra appunto la morte.


Va dunque preso in seria considerazione il potente motto che pervade tutte le indagini occulte. E la massima detta da tutti gli occultisti che nel più vero senso della parola sono diventati tali: nel momento in cui si perviene alla vera chiaroveggenza, si ha un’esperienza che ci porta di fronte alla morte; si arriva alla porta della morte. L’ho spesso sottolineato anche in altre prospettive: si conosce che cosa avviene quando si passa attraverso la porta della morte. Non si arriva alla chiaroveggenza senza attraversare questo serio e poderoso istante che tutti gli occultisti indicano come un trovarsi davanti alla porta della morte.


Fuori siamo sempre contornati da immaginazioni, e nello stesso tempo siamo immersi in una sfera di immaginazioni che però non devono entrare in noi. Che cosa entra in noi delle immaginazioni? Ombre, riflessi, immagini rispecchiate in forma di pensieri, di rappresentazioni. Fuori di noi vi sono concrete e reali immaginazioni che si rispecchiano in noi, e le sperimentiamo nella sfumata forma d’ombra dei pensieri e delle rappresentazioni. Se le immettessimo in noi nella loro pienezza e non soltanto nel loro riflesso, in ogni istante saremmo in pericolo di morte.


Qual è in sostanza la realtà? Nulla di meno che dall’ordinamento del mondo siamo protetti dallo sperimentare nella loro interezza le entità e i processi spirituali che ci circondano. Ne siamo protetti perché nell’abituale coscienza diurna veniamo in contatto solo con le immagini d’ombra delle entità spirituali nella loro pienezza. Pure, tutta una somma di quelle immaginazioni sono nostre, fanno parte delle forze che sono creativamente attive in noi. Nel mondo delle immaginazioni vivono in noi le forze creative. Non ci è consentito sperimentarle nella loro forma originaria, ma solo nella forma d’ombra dei pensieri. Mentre pensiamo, mentre viviamo con la nostra anima, sopra di noi opera un essere che ci sottrae le immaginazioni che sono alla base dei nostri pensieri e delle nostre rappresentazioni. Se abbiamo un pensiero qualsiasi, qualcosa che sperimentiamo nell’anima, a tale esperienza corrisponde un mondo di immaginazioni fuori di noi, e un essere sopra di noi deve operare affinché siamo protetti e difesi, sollevandoci da quel che da soli non saremmo in grado di eseguire.


Siamo così arrivati a un punto in cui possiamo parlare degli Angeli, delle entità della gerarchia appena superiore a noi, in un senso ancora più reale di quanto non si sia fatto sino ad ora. Essi sono tanto vicini da poterli quasi toccare, e vediamo così come proteggano e controllino ciò che non siamo in grado di eseguire. Avviene però che il veggente percepisca in modo ancora più preciso quel che ho appena detto; e avviene quando egli è progredito di un grado nella sua veggenza.

Quando però si procede, quando si ha la necessaria pazienza e costanza per progredire nella propria evoluzione occulta a seguito di meditazione e concentrazione, si sperimenta il processo anche in un altro modo. Ad esempio lo si può sperimentare così: ci si propone di osservare nel mondo spirituale un essere o un processo e ci si immerge nella meditazione, nella concentrazione; ci si allontana cioè dal corpo fisico e si perviene a uno stato in cui scorre via il contenuto dell’anima che si era evocato con la meditazione, in cui si avverte il passaggio: ora tutto diventa oscuro. Scorre via quel che si era evocato nell’anima, e dal mondo indistinto compare una serie di immagini molto più viva di un sogno.


Ora si è coscienti di fronte alla serie di immagini, e quando lo si sa, ci si immerge in essa. Immergendovisi, può giungere il momento in cui si sa di essersi identificati con la serie di immagini, di essere uno con essa, di essere al suo interno. In sostanza ora non ci si sente più, ci si sente come trasfusi nel cosmo, ci si sente come in un nulla generale.

Dalla pratica della meditazione bisogna però serbare la forza per non scoraggiarsi, per non arrivare a credere che ora ci si dissolva nel nulla. Si è sicuri di non arrivare al sentimento di un totale abbandono, al quale per altro si arriva con facilità. In breve, come nuotando nel nulla, ci si immerge nel cosmo. Poi avviene che ci si risvegli, ma non come da un sonno, ma da qualcosa del tutto cosciente. Nel momento in cui ci si risveglia si sa di non esser stati nel sonno, di non aver sperimentato il vuoto di coscienza del sonno. Era qualcosa d’altro. In quell’intervallo di tempo è successo qualcosa al quale si era presenti. Ora si è svegli, ora entrano nella nostra coscienza gli eventi che non era possibile sperimentare con piena coscienza, ma dei quali ora si sa benissimo di averli sperimentati.

Ma per quanto si sia evoluti, al massimo di come è possibile da uomini, non si può sperimentare quel che si è attraversato mentre si era immersi nel nulla relativo. Un uomo non lo può pensare, non lo può sperimentare pensando. Di conseguenza, nel periodo fra l’immergersi e il riaffiorare, un altro essere deve assumere per noi la funzione del pensare, deve pensare in noi. Da soli non riusciremmo a farlo. Si riesce soltanto a ricordare pressappoco ciò che l’altro essere, l’essere angelico, ha pensato in noi. Si sa di esser stati nel frattempo intessuti col proprio Angelo che ha pensato per noi, quando la coscienza era stata oscurata. Ora ci si desta e ci si ricorda con l’usuale esperienza del pensiero quanto l’Angelo ha sperimentato e pensato in noi.

Questo è il processo. Così si conquistano di regola le esperienze di natura spirituale delle quali spesso abbiamo parlato. Le si conquista, sapendo che occorre prima porsi in uno stato in cui un essere della gerarchia più vicina entra in noi, si identifica con noi in modo che, grazie all’essere della gerarchia immediatamente superiore che dimora in noi, si raggiunga ciò che nella propria debolezza non si potrebbe fare; lo si raggiunge però con una coscienza oscurata. Non è possibile sperimentare subito nella realtà, ma solo dopo, nel ricordo che si ha in piena coscienza dell’io.

Se portassimo nel nostro organismo ciò che un essere della gerarchia superiore ha sperimentato in noi, non solo uccideremmo il nostro organismo, ma dissolveremmo in atomi la sua organizzazione. Non ne produrremmo solo la morte, ma in pari tempo anche la sua combustione. Vediamo di nuovo che la veggenza ci mette in connessione con quella che chiamiamo la porta della morte.

Ora si apprende che cosa vi è al di là della morte. Sappiamo che sulla terra siamo circondati dai regni minerale, vegetale, animale e umano. Al di là della morte siamo nel grembo delle gerarchie superiori, e noi facciamo parte delle loro cerchie, come qui sulla terra facciamo parte delle entità fisiche che ci circondano. Nella nostra anima si fa strada un certo sentimento della nostra appartenenza agli esseri delle gerarchie superiori, e veniamo compenetrati da tale sentimento. Impariamo a conoscere che non è possibile un reale ingresso nei mondi spirituali se non si portano con sé determinati sentimenti che si possono chiamare religiosi e devoti: sentimenti di devozione per il mondo spirituale superiore.


Chi con coscienza e costanza fa gli esercizi descritti nel mio libro L’iniziazione, a poco a poco e fino a un certo grado riesce a conseguire il punto di vista che è stato descritto. Lo si consegue solo per via indiretta, perché è appunto tanto difficile. Ci si avvicina fino a un certo grado, e cioè nella stessa misura in cui diminuisce l’interesse per se stessi, in modo da non essere più interessanti soggetti, ma solo interessanti oggetti. Lo si può essere, non disturba, e può anche essere utile occuparsi di se stessi in quanto oggetti. Né si confonda il divenire oggetto del proprio soggetto con il soggetto stesso.

Nella stessa misura in cui si comincia a divenire oggetto, si comincia anche a occuparsi di tutto quanto è fuori di noi, di quanto ci circonda. Si acquista allora l’amorevole dedizione al mondo e ai suoi fenomeni. Quanto più si forma in noi l’amorevole dedizione al mondo e ai suoi fenomeni, tanto più l’anima raggiunge l’atteggiamento che è necessario per uscire da se stessi e trasformarsi, metamorfosarsi in altre entità. A poco a poco si riesce a farlo. Affinché sia possibile questa amorevole dedizione, davvero difficile per l’anima umana, bisogna cercare ogni sorta di sostegni.

Oggi voglio indicarne uno che può essere di aiuto.


Come indichiamo il mondo animale quale fisionomia della natura, e il mondo vegetale quale espressione mimica della natura, possiamo considerare le forme del mondo minerale quali gesti della natura. Per chi intende esercitare in particolare il leggere e l’ascoltare occulti, sperimentare il mondo minerale in questo modo è una delle esperienze più belle, far cioè propri a poco a poco gli infiniti gesti degli esseri spirituali della natura che si esprimono nelle superfici dei minerali e nei loro caratteristici rapporti col cosmo.

Rudolf Steiner

O.O. 156 - Leggere Occulto e Ascoltare Occulto

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