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Educare il fanciullo al bello, buono e vero



Se voi stessi possedete una conoscenza approfondita, e compenetrata di volontà e di sentimento, della natura dell’uomo in formazione, sarete anche in grado di educare e istruire nel modo giusto. Grazie a un istinto pedagogico che si risveglierà in voi, potrete applicare nei singoli campi ciò che, riguardo al fanciullo in via di sviluppo, vi risulterà da questo sapere compenetrato di volontà, che dovrà essere davvero qualcosa di reale, vale a dire fondato sopra una vera conoscenza del mondo dei fatti.


Sappiamo che il periodo riguardante l’educazione e l’istruzione nel loro complesso, è quello che racchiude i due primi decenni della vita. Sappiamo inoltre che la vita complessiva del fanciullo, riguardante questi due primi decenni, è anche tripartita. Fino alla seconda dentizione, il fanciullo ha un carattere ben determinato, che si esprime specialmente nel fatto di essere un individuo imitatore, di voler imitare tutto quanto vede nell’ambiente che lo attornia. Dal settimo dell’autorità tutto quanto ha da sapere, sentire e volere. E solo con la pubertà l’uomo comincia ad anelare mettersi in rapporto col mondo esterno attraverso il proprio giudizio. Perciò dobbiamo continuamente badare che, quando abbiamo davanti a noi dei ragazzi nell’età scolastica, dobbiamo sviluppare in loro quell’uomo che, dal più profondo essere della.

Educheremo male se non siamo in grado di esercitare un’autorità rispetto ai fanciulli di quest’età. Ma l’attività complessiva della vita dell’uomo si può abbracciare anche caratterizzandola spiritualmente. Essa comprende, come abbiamo mostrato dai più svariati punti di vista, il pensare conoscente da un lato, il volere dall’altro e il sentire che sta nel mezzo.

In ogni attività logica, vale a dire pensante e conoscitiva, abbiamo sempre tre elementi. Prima di tutto abbiamo continuamente ciò che denominiamo “conclusione”. Quest’attività del concludere è la più cosciente dell’uomo; l’uomo non potrebbe esprimersi mediante il linguaggio se non attraverso continue conclusioni, non capirebbe ciò che altri gli dice se non potesse continuamente accogliere in sé delle conclusioni.


La prima cosa che eseguiamo è una conclusione, la seconda è un giudizio, l’ultima a cui perveniamo nella vita è un concetto. Naturalmente noi non sappiamo di compiere continuamente tale attività, ma se non la compissimo, non condurremmo una vita cosciente atta a farci intendere, attraverso il linguaggio, con altri esseri umani.

La conclusione può vivere solamente nello spirito vivente umano, soltanto qui ha una vita sana, cioè solamente dove si svolge nella vita pienamente sveglia.

Anche il giudizio si sviluppa naturalmente nella vita pienamente sveglia. Ma il giudizio può già discendere nei sostrati dell’anima umana, là dove questa sogna. Il che significa che il giudizio diventa in noi una specie di abitudine. Secondo il modo in cui insegnerete ai fanciulli a giudicare, formerete le loro abitudini animiche. Di questo dovete essere ben coscienti. Infatti nella vita l’espressione del giudizio è la frase, e con ogni frase che pronunciate davanti a un fanciullo voi contribuite a portare un atomo alle sue abitudini animiche.

Passiamo ora dal giudizio al concetto; constateremo che i concetti che formiamo discendono fin nel più profondo dell’essere umano, discendono (se consideriamo la cosa dal punto di vista dello spirito) fino nell’anima dormiente, quella cioè che continuamente lavora alla formazione del corpo. L’anima che veglia non lavora intorno al corpo; l’anima che sogna vi lavora un po’ e dà origine a quello che sta alla base dei nostri gesti abituali. Ma l’anima che dorme agisce fin dentro le forme del corpo. Quando voi formate dei concetti, quando verificate in altri uomini i risultati dei giudizi, agite fin dentro l’anima che dorme o, in altre parole, fin dentro il corpo umano. Questo corpo, alla nascita dell’uomo, è già formato in alto grado; e l’anima ha soltanto la possibilità di affinare ciò che la corrente dell’ereditarietà fornisce all’uomo. Essa compie questo lavoro. Noi percorriamo il mondo, e vediamo uomini che ci vengono incontro con fisionomie ben determinate. Che cosa è contenuto in queste fisionomie? Vi è contenuto fra l’altro il risultato di tutti i concetti che, durante l’infanzia, i maestri e gli educatori hanno introdotto nell’essere umano.

Possiamo dunque affermare che, quando l’uomo trascorre la sua vita e non si trova di fronte a singoli fatti determinanti, i suoi concetti vivono nell’inconscio. I concetti possono vivere nell’inconscio. I giudizi possono soltanto vivere nella vita di sogno semicosciente; solo le conclusioni possono dominare nella vita di veglia pienamente cosciente.

L’educatore deve essere attento a trasmettere al bambino concetti in modo che l’uomo non li conservi più tardi tali e quali, ma che invece possano trasformarsi.


Nell’insegnamento non dobbiamo definire, ma dobbiamo cercare di caratterizzare, e lo faremo presentando le cose dai punti di vista più diversi possibili.


In ultima analisi, nella concezione del bambino tutto dovrà confluire nell’idea di uomo. E questa idea di uomo può rimanere. Tutto ciò che date al bambino quando gli raccontate una favola* e l’applicate all’uomo, quando nella storia naturale mettete in relazione la seppia e il topo con l’uomo, quando a proposito del telegrafo Morse suscitate un sentimento del miracolo che si compie per mezzo della corrente sotterranea, tutte queste sono cose che uniscono l’uomo all’intero mondo nelle sue particolarità. Questo è qualcosa che può rimanere. Ma il concetto di uomo si costruisce soltanto a poco a poco; non si può fornire al bambino un concetto già pronto dell’essere umano.


Prima della seconda dentizione, l’essere umano è ancora in certo modo immerso del tutto nel suo passato. È ancora riempito della dedizione che si sviluppa nel mondo spirituale. Perciò egli si dà, si abbandona a quello che lo circonda, imitando gli altri uomini.


Nelle anime d’oggi non vi è questa piena convinzione; ma nell’uomo, quando entra nel mondo per diventare un essere fisico, è predisposto che egli prenda le mosse dall’ipotesi, non cosciente, che il mondo è morale.

Quel che vi è di grande e di edificante nel contemplare dei bambini è il fatto che essi credono nella moralità del mondo, e perciò credono che il mondo dev’essere imitato. Il bambino vive nel passato, ed è un rivelatore del passato prenatale, non del passato fisico, ma di quello animico-spirituale.


Superata la seconda dentizione, il fanciullo fino alla pubertà vive nel presente e si interessa a ciò che è attuale. Se ne deve continuamente tener conto nell’educazione e nell’insegnamento: lo scolaro vuole vivere continuamente nel presente.


Effettivamente il bambino, allievo delle scuole elementari, vuole gustare il mondo anche nell’insegnamento. Perciò non dobbiamo mancare di impartire l’insegnamento in modo che questo sia veramente per lo scolaro una specie di godimento, non in senso animale, ma in senso umano superiore; la nostra pedagogia non deve suscitare in lui né antipatia né disgusto.


Questo può avvenire soltanto se egli non manca mai di fare del suo insegnamento un’arte davvero vivente. Infatti, quando si vuol godere il mondo da uomini — non da animali — si deve partire da una determinata premessa, e cioè che il mondo è bello.


Il primo periodo della vita infantile fino al cambio dei denti trascorre nell’ipotesi inconscia che il mondo è morale. Il secondo periodo, dal cambio dei denti alla pubertà, scorre nella premessa inconscia che il mondo è bello. E solo con la pubertà comincia veramente la disposizione a trovare anche che il mondo è vero. Soltanto allora l’insegnamento può per questo fatto cominciare a ricevere un carattere “scientifico”. Prima della pubertà non è bene dare all’insegnamento un carattere puramente sistematico o scientifico, poiché solo a quell’età l’uomo acquista un giusto concetto interiore della verità.


In questo modo arriverete a vedere che col bambino che nasce e cresce, il passato scende dai mondi superiori nel mondo fìsico; poi, compiuto il cambio dei denti, nel piccolo scolaro vive il presente; e infine l’essere umano entra nell’età in cui nella sua anima germogliano gli impulsi verso l’avvenire. Passato, presente e avvenire, e la vita dentro di essi: tutto questo esiste in quell’uomo in divenire che è il fanciullo.


Rudolf Steiner

O.O. 293 - Arte dell'Educazione - I Antropologia

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