L'elemento antireligioso come malattia, come sventura e come inganno di se stessi


A questo punto però è importante considerare un po’ più da vicino, il mistero della dimora del Cristo in Gesù. A tal fine occorre in certo senso ripercorrere a ritroso la strada fatta, a partire dall’ottavo concilio dell’869, e ritrovare corpo, anima e spirito come parti costituenti l’entità


Corpo: noi osserviamo il corpo umano da fuori; esso ci si presenta infatti solo nel mondo esteriore. E anche il nostro proprio corpo, noi lo osserviamo soltanto dall’esterno. È l’osservazione esteriore a presentarci il corpo; e la scienza si occupa di questo corpo.


Anima: ho cercato di condurre alla sfera dell’anima, richiamandomi ad Aristotele. Se si ha a che fare con l’animico, bisogna riconoscere che le rappresentazioni di Aristotele non sono poi del tutto false. L’animico infatti, ciò che si può chiamare elemento animico, nasce effettivamente più o meno con ogni singolo uomo.


Ma Aristotele visse in un’epoca che non gli permetteva già più di comprendere interamente quale rapporto abbia l’anima col cosmo. Perciò egli dice: quando un uomo è procreato, insieme all’esistenza fìsica ha origine anche quella animica. Egli sostiene la concezione che possiamo chiamare creazionismo, ma fa vivere l’anima dopo la morte in modo indeterminato. Naturalmente su questo punto Aristotele non si esprime in modo più esplicito, poiché in quel tempo la conoscenza dell’anima era già offuscata. In realtà, il modo in cui l’anima continua a vivere oltre la morte è connesso con ciò che più o meno simbolicamente (e non ha proprio nessuna importanza quale nome gli si dia) viene chiamato il peccato originale. Questo fatto, il peccato originale, ha realmente agito sull’animico; ed ha prodotto una tale corruzione nelle anime umane che esse, circa all’epoca del Mistero del Golgota, correvano il pericolo di non poter ritrovare la via del regno dei cieli, correvano il pericolo di restare congiunte con l’esistenza terrena, presente e futura.


Questo elemento animico percorre dunque le proprie vie, di cui parleremo ancora nel corso di queste conferenze. II terzo elemento è lo spirituale. Noi troviamo il corporeo seguendo la via che va di padre in figlio. Il figlio a sua volta diventa padre, e poi di nuovo il figlio diviene padre, e così le qualità si ereditano di generazione in generazione.

L’animico viene creato in quanto tale con la nascita di un uomo, e permane dopo la morte: il suo destino dipende da come l’anima possa rimanere affine al regno dei cieli.


Il terzo elemento è lo spirito: esso vive in ripetute vite terrene. Per lo spirito tutto dipende dai corpi che esso trova nelle sue ripetute vite terrene. Da un lato, in basso, avviene lo svolgimento della linea ereditaria. Naturalmente lo spirito collabora con questa; ma la linea ereditaria è compenetrata dalle qualità fisicamente ereditate. Le qualità incontrate dagli spiriti che si incarnano nelle ripetute vite terrene dipendono da come progredisce o degenera l’umanità. I corpi non si possono fare come si vogliono, partendo dallo spirito. Si possono scegliere quelli relativamente più adatti allo spirito che vuol incarnarsi; ma i corpi non si possono fare come si vogliono.


È questo che volli esprimere nel brano della mia Teosofìa’' che lessi recentemente sulle tre vie: corpo, anima e spirito. Qui ci si presenta qualcosa che bisogna esaminare con precisione. Quando infatti si considera fino in fondo soltanto la via esteriore, quando si considera il corporeo, si giunge all’idea generica di Dio. Considerando il corporeo, si giunge all’idea generica di Dio, all’idea a cui soltanto pervengono la mistica e la filosofìa di cui ho parlato poco fa. Ma se si vuol considerare l’anima, allora occorre percorrere la via che conduce all’entità chiamata Cristo, la quale non può essere trovata nella natura, sebbene abbia rapporti con la natura, ma deve esser trovata nella storia, quale essere storico. L’osservazione di se stessi poi si riferisce allo spirito e alle ripetute vite terrene dello spirito.


L’osservazione del cosmo e della natura conduce all’essenza divina in generale, la quale sta alla base del nostro nascere. Ex deo nascimur.


L’osservazione della vera storia porta alla conoscenza del Cristo Gesù, purché si approfondisca abbastanza, e porta alla conoscenza che ci occorre se vogliamo orientarci sul destino dell’anima. In Christo morimur.


La visione interiore, l’esperienza spirituale, porta alla conoscenza dello spirito in ripetute vite terrene, e quando sia collegata con ciò entro cui essa vive, con lo spirituale, porta alla conoscenza dello Spirito Santo.

Per spiritum sanctum reviviscimus.


La tricotomia sta non soltanto alla base di corpo, anima e spirito, ma anche alla base delle vie che dobbiamo percorrere, se vogliamo veramente orientarci nel mondo. L’epoca nostra, che pensa caoticamente, certo non si raccapezza facilmente con queste cose, e spesso non cerca di raccapezzarsi. Esistono atei, persone che negano Dio; ma esistono anche negatori di Gesù; ed esistono negatori dello spirito, i materialisti.

È possibile diventare atei soltanto se non si ha nessuna disposizione alla chiara osservazione dei fenomeni della natura esteriore, della corporeità. Ma ciò a sua volta può avvenire soltanto se le forze corporee sono troppo ottuse. Se le forze corporee non sono ottuse, non si può diventare atei: Dio si sperimenta continuamente. L’ateismo è una vera malattia dell’anima.

Negare Gesù Cristo non è una malattia; il Cristo bisogna trovarlo nel corso dell’evoluzione dell’umanità. Se non lo si trova, non si trova la forza che salva le anime oltre la morte. Questa è una sventura dell’anima. Essere atei è una malattia dell’anima, una malattia del sé umano. Essere negatori di Gesù, negatori del Cristo, è una sventura dell’anima umana. Si noti bene la differenza. Negare lo spirito è ingannare se stessi. È importante meditare una volta a fondo questi tre concetti: essere atei è una malattia dell’anima; essere negatori di Gesù è una sventura dell’anima; essere negatori dello spirito è ingannare se stessi. Questi sono, a loro volta, i tre errori significativi dell’anima umana: malattia dell’anima, sventura dell’anima, inganno dell’anima, di sé.

Tutto ciò in fondo è necessario, se vogliamo gettare le basi per poterci accostare al Mistero del Golgota: bisogna infatti imparare a conoscere il rapporto del Cristo Gesù con l’anima umana. Ma allora bisogna considerare a fondo il destino dell’anima umana stessa, nel corso del divenire terrestre. E poi di nuovo occorre tener presente l’influsso esplicato dall’impulso del Cristo sull’anima umana, sullo spirito umano. Per concludere, cercherò ora di dare qualcosa che serva da preparazione a una più profonda riflessione intorno al Mistero del Golgota.


L’uomo oggi considera la natura secondo l’educazione che ha ricevuto. La natura si svolge secondo leggi naturali. Secondo queste leggi naturali l’uomo riflette sull’origine della Terra, sulla sua fase centrale e sulla sua fine. Tutto viene considerato secondo queste leggi naturali. Accanto a ciò si ha l’ordine morale del mondo. Certo ci si sente soggetti all’imperativo categorico (in particolare lo sentono i kantiani); ci si sente collegati all’ordine morale del mondo. Ma pensiamo un po’ a come sia già divenuta debole oggi la rappresentazione secondo cui l’ordine morale del mondo ha per sé realtà obiettiva come l’ha la natura. Haeckel, Arrhenius e altri materialisti sono convinti che la Terra vada incontro a un processo di raffreddamento, a un’entropia, o ad altri simili processi. I piccoli idoli che essi chiamano atomi, si disperderanno — secondo loro — ma per lo meno si conserveranno. La conservazione della materia! Questa è davvero al suo posto nella moderna concezione del mondo. Ma tali idee sulla materia non consentono la seguente considerazione: quando un giorno la Terra sarà congelata, o sarà giunta all’entropia, che cosa avverrà dell’ordine morale del mondo?

Esso non trova affatto posto entro l’esistenza terrestre così concepita. Quando un giorno la specie umana fìsica sarà scomparsa, dove sarà allora il complesso dell’ordine morale del mondo? Ossia: le idee morali a cui ci si sente congiunti, a cui la coscienza tende, e fa tendere l’uomo, queste idee morali senza dubbio appaiono necessarie; ma, se si vuole essere proprio onesti, esse non hanno alcun rapporto con l’ordine naturale, con l’ordine che la scienza considera assolutamente necessario. Queste idee morali sono diventate deboli. Sono abbastanza forti perché possano dare la direzione alle azioni umane; sono abbastanza forti perché ad esse ci si senta uniti con la coscienza; ma non sono abbastanza forti da permettere di affermare: ciò che tu oggi pensi intorno a una qualsiasi idea morale, è qualcosa di realmente attivo! Occorre aggiungervi qualcosa, perché ciò possa essere realmente attivo. Che cosa rende realmente efficace ciò che vive nelle nostre idee morali? È il Cristo. Questo è un aspetto del suo essere.


Ammettiamo che tutto quanto vive nella pietra, nella pianta, nell’animale, nel corpo umano, che tutto quanto vive nell’elemento del calore e dell’aria della Terra, vada per le vie di cui parla l’indagine scientifica, e che i corpi umani trovino la morte alla fine della Terra; in tal caso, secondo l’indagine scientifica, l’ordine morale entro cui abbiamo vissuto dovrebbe andare disperso. Ma così non è. Secondo la concezione cristiana, nell’entità del Cristo sta la forza che accoglie le nostre idee morali e forma con esse un nuovo mondo. «Cielo e Terra passeranno, ma le mie parole non passeranno»; questa è la forza che trasporterà su Giove la moralità della Terra. Ora ci si raffiguri la Terra, in quanto natura fisica, come una pianta, e l’ordine morale entro di essa come il seme, e la forza del Cristo come ciò che fa sviluppare il seme in Terra futura, in Giove: così l’intera concezione evangelica viene riedificata, partendo dalla scienza dello spirito.


Ma questo, come può essere? Come può ciò che, secondo le idee naturalistiche, vive solo nei pensieri, ciò che è solo una rappresentazione con cui ci si sente moralmente congiunti, come può ciò essere convertito in una realtà come quella del carbon fossile che brucia o del proiettile che vola nell'aria? Come può essere un’idea concreta, afferrabile, qualcosa di tanto tenue com’è una idea morale? A ciò è necessario un impulso; questa rappresentazione morale dev’essere afferrata da un impulso. Dov’è questo impulso? Ricordiamoci ora quanto abbiamo detto prima: la fede non deve essere soltanto un surrogato del sapere; la fede deve effettuare qualcosa. Essa deve rendere reali le nostre rappresentazioni morali; deve trasportarle oltre e formare un nuovo mondo. Quel che conta è che le rappresentazioni della fede non siano soltanto un sapere indimostrato, non siano soltanto qualcosa in cui si crede perché non lo si sa; quel che conta è che in ciò in cui si crede risieda la forza capace di far convertire il germe della moralità in un corpo planetario. Questa forza dovette essere inserita nell’evoluzione della Terra dal Mistero del Golgota. Questa forza dovette essere infusa nelle anime dei discepoli, parlando loro di ciò che la Scrittura non trasmetteva più. Quel che conta è la forza della fede.

Se non si comprende ciò che il Cristo ha introdotto appunto pronunciando così spesso la parola fede, aver fede, non si può comprendere che cosa sia penetrato nell'evoluzione della Terra all’epoca del Mistero del Golgota. Vediamo dunque che si tratta di un significato cosmico. L'ordine naturale va per la sua via naturale. Ma come a un certo punto del suo sviluppo la pianta produce il suo seme, così il Mistero del Golgota si presenta come un nuovo seme che si convertirà nella futura evoluzione di Giove, alla quale parteciperà l’uomo che si reincarna. Partendo dalla considerazione dell’intima natura dell’entità Cristo, abbiamo accennato come questa sia inserita nell’intero universo, e come in un determinato momento del divenire della Terra essa vi abbia introdotto una forza giovane. Ciò si presenta talora in forma grandiosa a chi lo coglie nella conoscenza immaginativa. L’autore del Vangelo di Marco, per esempio, lo ha fatto. Quando, per il tradimento di Giuda, il Cristo viene catturato, quando l’autore del Vangelo di Marco contempla in spirito questa scena, tra i discepoli in fuga egli vede un giovinetto, coperto soltanto da un lenzuolo. Il lenzuolo gli viene strappato, ma egli si libera e fugge. E il medesimo giovinetto che proprio nel Vangelo di Marco poi, vestito di una bianca tunica, annuncia che il Cristo è risorto. Questo passo del Vangelo di Marco è appunto tratto dalla conoscenza immaginativa. Qui troviamo, contemplato immaginativamente, l’incontro del vecchio corpo del Cristo Gesù col germe di un nuovo ordine cosmico.


Ora, per concludere, cerchiamo di sentire queste realtà in rapporto con quanto dissi giorni fa: cioè che in realtà il

corpo umano, secondo il suo senso originario, non è organizzato per la morte ma, in quanto corpo, è organizzato per l’immortalità. E questo pensiamolo connesso con la verità che l’animale, per la sua organizzazione, è mortale, mentre l’uomo, per la sua organizzazione, non è mortale, ma lo è per la sua anima corrotta, la cui corruzione però sarà di nuovo annullata dal Cristo. Se pensiamo tutto questo, comprenderemo che, proprio nei riguardi del corpo umano, qualcosa deve un giorno accadere, per mezzo della forza reale riversata dal Mistero del Golgota entro l’evoluzione della terra.

Alla fine dell’evoluzione terrestre, la forza che è andata perduta con la caduta nel peccato, da cui origina il dissolvimento del corpo umano, quella forza sarà riconquistata e i corpi umani appariranno allora veramente nella loro figura fisica.


Col riconoscimento della tricotomia di corpo, anima e spirito, anche la “resurrezione della carne” acquista il suo significato. Altrimenti non la si può intendere. Gli illuministi contemporanei considereranno certo questa come una delle idee più reazionarie, ma chi riconosce, dalla sorgente della verità, le ripetute vite terrene, riconosce anche il vero significato della resurrezione dei corpi umani alla fine dell’esistenza della Terra.

Con ragione Paolo ha detto: «Se il Cristo non è risorto, vana è la nostra predicazione e vana la vostra fede!»; queste parole sono una testimonianza della verità che noi troviamo anche confermata dalla scienza dello spirito. Se ciò è vero, dall’altro lato è anche vero che se l’evoluzione della Terra non portasse alla conservazione della figura che l’uomo può elaborare corporalmente entro di essa, se l’uomo non potesse risorgere per la forza del Cristo, allora vano sarebbe il Mistero del Golgota, e vana la fede che esso ha portato. Questa è la necessaria integrazione della parola di Paolo.


Berlino, 10 aprile 1917


Tratto da

O.O 175 - Contributi alla conoscenza del Mistero del Golgotha

Rudolf Steiner


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