La poesia delle fiabe alla luce della ricerca spirituale


Ci sono diversi fatti per i quali può sembrare azzardato parlare della poesia delle Fiabe alla luce della ricerca spirituale: uno sta nella difficoltà dell’argomento, poiché di fatto le sorgenti dalle quali sgorga la vera atmosfera fiabesca devono essere ricercate tanto profondamente nell’anima umana, che i metodi di ricerca spirituale, da me tante volte descritti, devono percorrere una via assai lunga e complicata per trovarle. Molto più profonde di quanto si creda giacciono nell’anima umana le sorgenti dalle quali sgorga la vera poesia delle fiabe, che ci parla magicamente lungo i secoli di evoluzione dell’umanità.


Il secondo punto sta nel fatto che proprio riguardo all’elemento magico della poesia delle fiabe, si prova il sentimento che, facendo considerazioni e analisi ideali sull’essenza di esse, si può annullare nell’anima l’impressione elementare originaria, proprio l’effetto essenziale della fiaba stessa. Di fronte a delle spiegazioni, a dei commenti, si ritiene a buon diritto che essi distruggano l’impressione estetica immediata, l’impressione vivente diretta che la poesia deve fare quando la si lascia agire su di sé in maniera elementare e semplice; sicché non si dovrebbero far valere delle spiegazioni da contrapporre all’infinita finezza e magia della poesia che scaturisce, in forma di fiaba, da sorgenti apparentemente profonde e impenetrabili dell’animo popolare o delle singole anime umane.


Quando si invade con forza di giudizio la poesia delle fiabe che scaturiscono originalmente dall’anima umana, è come se si disturbasse il fiorire di una pianta. Ciononostante, da una parte sembra possibile illuminare con i metodi della ricerca spirituale le regioni della vita dell’anima dalle quali nascono la poesia e l’atmosfera delle fiabe. D’altro canto anche al secondo scrupolo si può contrapporre un’esperienza: proprio perché si devono cercare nel profondo dell’anima le sorgenti della poesia e dell’atmosfera della fiaba, si giunge per pura esperienza alla convinzione che il chiarimento scientifico-spirituale che se ne può dare sfiora così lievemente la sorgente caratterizzata, che questa, anziché esserne rovinata, al contrario trova posto nella profondità essenziale e significativa dell’anima da cui scaturisce l’atmosfera fiabesca. Si suscita così il sentimento, che le cose ivi presenti sono per l’anima umana ogni volta tanto nuove, individuali e originali, che non si vorrebbero portare ad espressione altrimenti che in forma di fiabe, perché si sente che non è possibile un altro modo di parlarne. Si tratta di un atteggiamento assolutamente naturale che chiunque assumerebbe al pari di Goethe quando, parallelamente al suo impegno artistico, cercò di penetrare nei fondamenti e nelle sorgenti dell’esistenza, e volendo rendere l’esperienza più profonda dell’anima umana, non ricorse a spiegazioni teoriche, non distrasse quindi mediante la ricerca le sorgenti del fiabesco, bensì avendole raggiunte, ricorse naturalmente alla fiaba per esprimerle e goderle. Così fece Goethe, quando scrisse la sua Fiaba del serpente verde e della bella Lilia, nella quale volle portare ad espressione alla sua maniera le stesse esperienze delle profondità dell’anima umana che Schiller aveva espresso in maniera più filosofica e astratta nelle sue lettere Sull’educazione estetica dell’uomo.


È insito nella natura del fiabesco che le spiegazioni e la comprensione delle fiabe non possano distruggere l’atteggiamento creativo nei confronti della fiaba, perché chi, partendo dalla ricerca spirituale, cerca di penetrare fino alle suddette sorgenti, trova qualcosa del tutto peculiare. Chi, dal punto di vista della ricerca spirituale, cerchi di raggiungere le sorgenti della poesia delle fiabe, le trova nell’anima umana in posizione assai più profonda di quelle cui essa attinge quale creatrice o spiritualmente finitrice di altre opere d’arte. Nella tragedia e in altre opere d’arte incontriamo una cerchia circoscritta dell’elemento umano. Quando invece ci accostiamo pieni di comprensione alla poesia e all’atmosfera delle fiabe, ne deriviamo un sentimento diverso, perché l’effetto della fiaba sull’anima umana ha un carattere originario ed elementare, e appartiene perciò agli effetti inconsci. Quando poi cerchiamo di destare in noi un sentimento per quanto è presente nelle fiabe, siamo portati ad affermare che quanto si esprime in esse non è riconducibile all’uomo in una determinata situazione di vita, non è un’esperienza umana strettamente circoscritta, ma è tanto profondamente ancorato nello sperimentare umano da meritare la qualifica di universalmente umano. Non possiamo dire che qualunque anima umana, in una determinata epoca della vita e in una determinata situazione, possa provare qualcosa di simile; quanto si esprime nella fiaba ha radici tanto profonde nell’anima che l’uomo sperimenta il medesimo fatto, indifferentemente se si trova nell’età infantile, nell’età di mezzo o se è già vecchio. Per tutto il corso della nostra vita quello che le fiabe esprimono ci riporta alle più profonde esperienze dell’anima. Solo che la fiaba è un’espressione libera, spesso giocosa, immaginosa, di un’esperienza fondamentale.


Il godimento estetico e artistico della fiaba può essere per l’anima tanto lontano da ciò cui essa risponde nelle esperienze interiori quanto, con un paragone paradossale, la sensazione gustativa di un cibo sulla lingua è lontana dai processi nascosti e complicati che il cibo stesso compie nell’organismo per contribuire alla sua costruzione. Il percorso del cibo si sottrae dall’inizio all’osservazione e alla conoscenza dell’uomo, e tutto quello che rimane a quest’ultimo è il godimento gustativo. I due fatti hanno apparentemente ben poco in comune, e nessuno mentre gusta il cibo è in grado di approfondire il compito di quel cibo nel complesso del processo vitale dell’organismo umano. Analogamente l’esperienza di godimento estetico della fiaba è molto lontana da quanto avviene nel profondo inconscio dell’anima umana, quando le si congiunge ciò che sgorga e si effonde dalla fiaba, perché l’anima prova un insopprimibile bisogno di far scorrere per le sue vene spirituali la sostanza della fiaba, proprio come l’organismo prova il bisogno di far circolare in sé le sostanze nutritive.


Nel seguire attentamente determinati processi animici intimi, succede per esempio che i conflitti animici che l’uomo vive anche nel profondo dell’anima e che rappresenta in opere d’arte, nelle tragedie, sono relativamente più facili da afferrare in confronto ad altri conflitti animici, più generalmente umani, dei quali nulla sa la vita quotidiana, e che tuttavia ogni uomo attraversa in ogni età della vita. Per esempio un simile conflitto animico, che si scopre con la ricerca spirituale, si svolge all’insaputa della coscienza quotidiana ogni giorno al risveglio, quando l’anima esce dal mondo nel quale soggiorna incosciente durante il sonno per tuffarsi nel suo corpo fisico.


Come ho detto, la coscienza diurna non sospetta nulla in proposito, e tuttavia in fondo all’anima si svolge quotidianamente, come sua esperienza, un conflitto difficile da cogliere anche con la ricerca spirituale, un conflitto dell’anima racchiusa in sé che sperimenta se stessa, solitaria, alla ricerca delle sue vie spirituali, contro le forze gigantesche dell’esistenza esteriore e alle quali siamo esposti per così dire in situazione di umana impotenza, quando il tuono, i fulmine e gli elementi si scaricano sull’uomo derelitto. Ma tutto ciò, persino quando si manifesta in maniera gigantesca in certi rari eventi naturali elementari nei loro effetto sull’uomo, non è che una piccolezza in confronto al conflitto che resta nell’inconscio, che si svolge al risveglio quando l’anima, che sperimenta in sé la sua esistenza animica, deve congiungersi solo con le forze e le sostanze del corpo naturale nel quale si immerge per servirsi di nuovo dei propri sensi, dominati da forze naturali, e delle sue membra nelle quali operano forze naturali. È come un anelito dell’anima umana a sprofondarsi nel mero elemento naturale, anelito che si appaga ad ogni risveglio e che nello stesso tempo è un indietreggiare, un sentirsi impotenti di fronte all’esistenza dell’eterno contrario dell’anima stessa umana, al mero elemento naturale, imperante nella corporeità esteriore nella quale ci si risveglia.


Per quanto possa sembrare strano che giornalmente un tale conflitto avvenga nel fondo dell’anima umana, esso è tuttavia un evento che passa inconsciamente davanti all’anima. Un altro fatto che si svolge nelle profondità dell’anima umana e può venir colto dalla ricerca spirituale è quello che presenta il momento dell’addormentarsi. Quando l’anima umana si è liberata dei sensi e delle membra, quando ha per così dire abbandonato il corpo esteriore nel mondo fisico sensibile, allora le si avvicina quel che si può chiamare un sentimento della propria interiorità. Solo allora essa sperimenta inconsciamente le lotte interiori che si svolgono per il fatto che nella vita essa è legata alla materia esterna e deve compiere cose derivanti dal suo essere irretita in questa. Essa sente gli impacci del mondo dei sensi, che le pesano, e li sente come impedimenti che la frenano moralmente. Uno stato d’animo morale, del quale nessun atteggiamento morale esteriore può dare un concetto, ha luogo nell’inconscio e nell’anima umana addormentata, quando durante il sonno è sola con se stessa. Molti altri stati d’animo si susseguono inoltre nell’anima quando essa è libera dal corpo, quando essa conduce una pura esistenza spirituale dall’addormentarsi fino al risveglio. Ma non si creda che questi avvenimenti che si svolgono nella profondità dell’anima non ci siano nello stato di veglia. La ricerca spirituale mostra ad esempio un risultato assai interessante: l’uomo non sogna solo quando crede di sognare, ma sogna durante l’intera sua giornata. In verità l’anima è sempre colma di sogni, solo che l’uomo non se ne accorge, perché la coscienza diurna è più forte della coscienza di sogno. Come una luce debole è cancellata da una luce forte, così viene cancellata dalla coscienza diurna l’esperienza di sogno presente in continuazione durante la vita diurna nel fondo dell’anima. L’uomo sogna sempre, solo non ne è sempre cosciente, e dalla piena delle esperienze di sogno, dai sogni rimasti nell’inconscio, che sono infiniti a confronto delle esperienze della coscienza diurna, emergono i sogni che vengono a coscienza nell’uomo, così come farebbe una goccia contenuta nelle acque di un vasto mare, che sola ne emergesse. Ma questi sogni rimasti nell’inconscio sono tuttavia un’esperienza spirituale dell’anima, nelle cui profondità accadono appunto fatti ed esperienze che sono situati in regioni inconsce dell’anima, così come nel corpo avvengono processi chimici che giacciono nell’inconscio.


Abbiamo più volte mostrato, e particolarmente in occasione dell’ultima conferenza,* che nel corso dello sviluppo dell’umanità sulla Terra l’intera vita dell’anima si è mutata. Se gettiamo lo sguardo molto indietro nel corso dello sviluppo dell’umanità, troviamo nell’anima primitiva esperienze assai diverse dalle attuali. Abbiamo già detto, e ne riparleremo ancora, che l’uomo primitivo nelle prime epoche evolutive aveva una certa chiaroveggenza originaria. L’osservazione del mondo, normale per la condizione di veglia attuale, in cui noi accogliamo le impressioni sensorie per stimolo esterno e, mediante ragione, intelletto, sentimento e volontà, connettiamo le impressioni dei sensi nell’attuale coscienza, tale coscienza è propria solo dell’epoca attuale. Questa era una qualità della condizione originaria chiaroveggente dell’umanità. Mentre oggi si può avere il seguente sentimento solo in condizioni speciali, in tempi più antichi lo si aveva sovente, forse non solo in quanto artista, ma in quanto uomo allo stato primitivo. Può succedere che nelle profondità dell’anima riposi una esperienza indistinta, quanto mai indistinta, che non affiora alla coscienza, un’esperienza come quelle prima descritte, che vi si svolge senza che nulla di essa emerga nella vita diurna cosciente. Ma vi è qualcosa nell’anima, proprio come nell’organismo è presente la fame, e come per la fame si ha bisogno di qualcosa, così si ha bisogno di qualcosa per questa disposizione indistinta che proviene dall’esperienza profonda dell’anima. Allora ci si sente spinti verso un fiaba di cui disponiamo, oppure ad attingere ad un leggenda, o forse, se si ha una natura artistica, a creare noi stessi qualcosa che ci faccia sentire che tutte le parole occorrenti teoricamente, di fronte a questa esperienza sono come un balbettio: cosi appunto si generano immagini di fiaba. Tale appagamento cosciente dell’anima con le immagini fiabesche è il nutrimento dell’anima per quella fame che è stata prima caratterizzata. In tempi più antichi dell’evoluzione umana ogni anima si trovava più vicina ad una percezione chiaroveggente delle esperienze interiori animiche, e perciò, in certe circostanze, l’anima semplice popolare, sentendo assai più nettamente di quanto adesso sia possibile la fame sopra caratterizzata, poteva cercare nutrimento nelle immagini che allora sorgevano dalla creatività animica umana e che oggi troviamo nelle fiabe tramandate dai diversi popoli. L’anima si sentiva affine all’elemento che forma l’esistenza spirituale, sentiva più o meno coscientemente le lotte interiori che doveva attraversare, senza comprenderle, e le esprimeva in immagini che avevano perciò solo una lontana rassomiglianza con quanto avveniva nel profondo.


Tuttavia si può avere il sentimento che vi è un rapporto tra quanto si esprime nelle fiabe e tali impenetrabili e profonde esperienze dell’anima. L’esperienza mostra che un animo infantile può spesso arrivare a crearsi una specie di compagno che esiste solo per lui, ma che pure lo accompagna e ne condivide il destino nei più svariati avvenimenti della vita. Chi non conosce bambini che si portano attorno certi invisibili amici, dei quali devono immaginarsi la presenza ogni qualvolta avviene qualche fatto che li rallegra, che devono partecipare come invisibili compagni spirituali, animici, a questo o quell’avvenimento? Fa parte della normale esperienza dell’uomo constatare anche troppo spesso l’effetto deleterio sull’animo infantile dell’azione dell’adulto “giudizioso”, il quale viene a sapere che un bambino ha un simile compagno dell’anima e si mette a dissuaderlo dal sentirne la presenza, ritenendo di agire in modo salutare per lui. Il bambino si affligge a causa del suo compagno animico, e se egli è sensibile a situazioni spirituali e animiche, tale afflizione è tanto più importante e può portare il bambino ad ammalarsi. Sono fatti assolutamente reali, connessi con avvenimenti interiori e profondi dell’anima umana. Senza disperdere il “profumo” della Fiaba, possiamo sentire questa semplice esperienza nella fiaba del bambino e del rospo raccontata dai fratelli Grimm.


Essa narra di un bambino che divide sempre il suo pasto con un rospo; ma questi beve solo il latte. Il bambino gli parla come se fosse un uomo, e un giorno gli dice che deve mangiare anche il suo pane e non solo il latte; la madre del bimbo ode questo discorso, accorre ed uccide il rospo. Il bambino ne soffre, si ammala e muore.


Nella Fiaba sentiamo vibrare disposizioni d’animo che si svolgono effettivamente nelle profondità dell’anima e in modo che l’anima umana non le conosce solo in determinati periodi della vita, ma proprio per il fatto che l’uomo è uomo, indifferentemente che sia bambino o adulto. Perciò ogni anima umana può sentir risuonare ciò che sperimenta e non comprende, che non porta affatto a coscienza, ma che pure sta in rapporto con quanto agisce dalla Fiaba sull’anima, come il cibo agisce sul senso del gusto della lingua. Ecco perché la fiaba diventa per l’anima qualcosa di analogo al cibo per l’organismo. È affascinante ricercare nelle profonde esperienze animiche ciò che risuona dalle diverse fiabe. Naturalmente, sarebbe un compito assai rilevante analizzare tutte le fiabe che si trovano tanto numerose nelle diverse raccolte; ci vorrebbe troppo tempo. Di fronte a nessun’altra opera d’arte, quanto alla fiaba, si può sentire di avere una gioia intima dall’immagine immediata e nello stesso tempo sapere dell’esperienza animica profonda dalla quale è scaturita la fiaba stessa. Vi è un paragone che, seppure un po’ banale, si adatta al caso: proprio come un uomo può sapere tutto della chimica degli alimenti e tuttavia gustare un buon boccone, così è anche possibile sapere qualcosa delle esperienze animiche profonde, solo sperimentate e non “coscienti”, che vivono nel modo indicato nelle immagini fiabesche. Appunto, la solitaria anima umana (poiché nel sonno, ma anche durante la vita restante, quando è unita al corpo, è pur sola con se stessa) sente inconsciamente vivo senza comprenderlo tutto il contrasto nel quale sta di fronte ai suoi interminabili compiti, al suo stesso trovarsi situata nel mondo del divino. L’anima umana sente quanto poco essa possa fare già quando confronta il suo potere con quello della natura esterna che trasforma le cose una nell’altra, che è veramente quella grande maga che l’anima umana stessa vorrebbe tanto essere. Vorrebbe penetrare nella coscienza, superare a cuor leggero la distanza tra l’interiorità dell’uomo e l’onniscienza e onnipotenza dello spirito della natura. Ma nelle profondità dello sperimentare animico la cosa non è tanto semplice. L’anima umana dovrebbe perire se non sentisse in sé, più profonda dell’entità dapprima percepibile, l’entità sulla quale essa può edificare, della quale può dire a se stessa: “Per quanto imperfetta tu debba ancora essere, tale entità è in te più assennata, domina in te, ti può elevare a sommo potere, ti può prestare le ali perché tu ti veda aperta una prospettiva infinita in un infinito futuro. Tu potrai quello che ora non puoi ancora, perché in te c’è qualcosa che è infinitamente di più del tuo attuale “sapere” e che è per te un fedele soccorritore. Devi solo acquisire un rapporto con esso, devi veramente saper collegare un concetto con questa entità dimorante in te, più assennata, più saggia, più abile di te”.


Si cerchi ora di immaginare questo rapporto dell’anima umana con se stessa, questo rapporto inconscio con la parte più abile dell’anima. Passiamo ora a un altro esempio, e non mi se ne voglia se lo collego con certe cose che sembrano tingersi di una sfumatura personale, sebbene io non le intenda tali. Questa piccola sfumatura personale servirà a chiarire di che cosa si tratta. Nella mia Scienza occulta* si trova una descrizione dell’evoluzione dell’universo, ma non è di questo che voglio parlare ora; lo si potrà fare in altra occasione. Là è detto che la nostra Terra ha percorso come pianeta determinati stadi nell’universo, e che questi si possono paragonare alle vite successive del singolo uomo. Come l’uomo singolo percorre vite successive, così la nostra Terra ha percorso diversi gradini di vita planetaria, diverse incarnazioni. Nella scienza dello spirito parliamo per determinati motivi del fatto che la Terra, prima di iniziare l’esistenza “terrestre”, ebbe un’esistenza “lunare” e prima di questa una esistenza “solare”; possiamo quindi dire che vi fu in una remota antichità un’esistenza solare come progenitrice planetaria della nostra esistenza terrestre, un Sole primordiale che era ancora unito alla Terra. Poi nel corso dell’evoluzione avvenne una separazione tra Sole e Terra: da quello che era stato originariamente il Sole, si separò anche la Luna e il Sole attuale, che non è quel Sole originario, ma come un pezzo di esso; possiamo così distinguere un Sole originario e un suo successore: l’attuale Sole. Possiamo considerare anche l’attuale Luna un prodotto dell’antico Sole. Seguendo ora a ritroso la ricerca scientifìco-spirituale dell’evoluzione terrestre fino al punto in cui il secondo Sole, quello attuale, si sviluppò come corpo cosmico indipendente, dobbiamo affermare che allora tra gli esseri della serie animale che si sarebbero potuti percepire esteriormente con i sensi vi erano quelli che si erano evoluti fino all’organismo del pesce. Queste cose si possono ritrovare e comprendere con maggior precisione nella Scienza occulta, ma si possono scoprire direttamente solo per mezzo dei metodi di ricerca scientifìco-spirituale.


Allora, quando furono da me trovate e annotate, vale a dire, non scoperte, ma descritte da me appunto nella Scienza occulta, appena furono per me evidenti e quindi annotate, in quel momento (e qui s’inserisce il fatto personale che vorrei citare) mi era assolutamente ignota una certa fiaba che solo più tardi ebbi occasione di trovare nella Volkerpsychologie (psicologia dei popoli) del Wundt,* e solo da allora potei addentrarmi nella ricerca delle sue fonti.


Prima di raccontare in breve la fiaba, voglio adesso premettere ancora qualcosa: tutto quello che il ricercatore dello spirito può indagare nel mondo dello spirito (e i fatti citati sono appunto da ricercare nel mondo dello spirito, altrove non esistono) rappresenti il mondo con il quale l'anima umana è congiunta. Con esso siamo uniti con i più profondi substrati della nostra anima. Essa vi dimora stabilmente, e noi entriamo in quel mondo inconsciamente quando nella vita normale sprofondiamo nel sonno. La nostra anima è con esso collegata ed ha in sé non solo le esperienze che riceve durante il sonno, ma anche quelle connesse con tutta l’evoluzione, come abbiamo testé accennato. Anche se può apparire paradossale vorremmo dire: in condizione incosciente l’anima ne è consapevole, sperimenta se stessa nella corrente continua che uscì dal Sole primordiale e poi dal Sole-figlio che vediamo adesso risplendere in cielo e dalla Luna che è pure una discendente del Sole primordiale. L’anima umana sperimenta pure il fatto di aver avuto un’esistenza animico-spirituale in cui non era ancora congiunta con la materia terrestre, ma poteva guardar giù ai processi terreni, per esempio a quelli dell’epoca in cui i più avanzati organismi animali erano quelli a struttura di pesce, in cui l’attuale Sole e l’attuale Luna si formarono distaccandosi dalla Terra. Nell’inconscio l’anima è congiunta con tali processi.


Passiamo adesso a considerare brevemente e in abbozzo una fiaba appartenente ad antichi popoli. C’era una volta un uomo che era di consistenza resinosa e poteva quindi eseguire il suo lavoro solo di notte, perché se lo avesse fatto di giorno sarebbe stato fuso dal Sole. Una volta avvenne tuttavia che se ne uscì di giorno per andare a pescare, ed ecco che quell’uomo di resina si fuse. I suoi figli decisero di vendicarlo: si misero a scoccare frecce e ne scoccarono tante che esse formarono delle figure le quali si ammucchiarono una sull’altra formando una scala che saliva fino in cielo. Vi si arrampicarono uno di giorno e uno di notte: uno divenne il Sole e l’altro la Luna. Non è mia abitudine interpretare tali cose in maniera astratta introducendovi concetti razionali. Ma è assai diverso sentire come risultato dell’indagine che l’anima umana, nei suoi precordi, è unita con gli avvenimenti dell’universo comprensibili solo spiritualmente, e che essa ha fame di gustare in immagini quelle che sono le sue più profonde esperienze inconsce. Quando si è in grado di provare tale sentimento, ascoltando la fiaba ora citata si ode risuonare l’esperienza provata dall’anima umana nel tempo dell’antico Sole della formazione di Sole e Luna all’epoca terrestre dei pesci. Fu per me in un certo senso un’esperienza molto importante, se mi è permessa di nuovo una sfumatura personale, quando ebbi a scoprire questa fiaba, molto tempo dopo che i fatti accennati erano stati pubblicati nella mia Scienza occulta. Non mi viene assolutamente in mente di interpretare tutto ciò in modo astratto: piuttosto, quando considero l’evoluzione dell’universo, provo un sentimento del tutto speciale che si accompagna all’altro sentimento che provose mi abbandono alle meravigliose immagini di questa fiaba. Oppure prendiamo un’altra fiaba meravigliosa della Melanesia. Ma prima ricordiamoci, come risulta dalla ricerca spirituale, che fiamma umana è interamente connessa anche con gli avvenimenti e i fatti attuali dell’universo. Sebbene possa sembrare immaginoso, è tuttavia giusto in senso scientifìco-spirituale affermare che quando l’anima umana abbandona il corpo fìsico durante il sonno, essa conduce un’esistenza direttamente connessa con l’intero cosmo, si sente affine con l’intero cosmo.


C’è una possibilità di rammentarsi facilmente dell’affinità dell’anima umana, dell’io umano con il cosmo, o perlomeno con qualcosa che nel cosmo ha significato. Dirigiamo lo sguardo sul mondo delle piante e consideriamo che la pianta cresce, ma lo può fare solo per influsso della luce e del calore solare: abbiamo la pianta che ha radice nella terra; nella scienza dello spirito diciamo che la pianta consiste di un corpo fìsico e di un corpo vitale che la pervade, ma ciò non è sufficiente perché la pianta cresca e si sviluppi: sono necessarie anche le forze che dal Sole agiscono sulla pianta. Se ora consideriamo il corpo dell’uomo mentre dorme, esso ha in certo modo il valore di una pianta: in quanto corpo dormiente è simile a una pianta perché ha la forza di crescere, come la ha la pianta. Ma l’uomo è emancipato dall’ordinamento cosmico nel quale la pianta è intessuta; affinché la luce del Sole agisca su di lei, la pianta deve aspettare il sorgere e il tramontare del Sole; la pianta è collegata all’ordinamento cosmico esterno. L’uomo non è collegato a tale ordinamento. Perché? Perché è vero quanto indica la ricerca spirituale: vale a dire che l’uomo, mentre durante il sonno si trova fuori del suo corpo fisico e quest’ultimo appare simile ad una pianta, svolge dal suo io per il suo corpo fisico ciò che il Sole svolge per le piante. Come il Sole versa la sua luce sopra le piante, così fa l’io umano, mentre l’uomo dorme, sul suo corpo fisico simile a pianta. Come il Sole riposa sopra le piante, così l’io umano riposa spiritualmente sul corpo fisico dormiente, vegetale. L’io dell’uomo è affine all’esistenza solare, è una specie di sole per il corpo umano dormiente, lo benefica durante il sonno, opera in modo che si restaurino le forze logorate durante la veglia. Se abbiamo il sentimento di questo fatto, possiamo osservare la parentela dell'io umano con il Sole. Come ci mostra la scienza dello spirito, il Sole si muove sempre lungo la volta del cielo (parlo naturalmente del suo movimento apparente) e in un certo rapporto varia la sua efficacia a seconda che si trovi davanti a questa o quella costellazione; allo stesso modo l’io umano percorre diverse fasi di esperienze, e da una fase all’altra agisce differentemente sul corpo fisico. Nella scienza dello spirito si sente diversamente l’azione del Sole a seconda che esso copra per esempio la costellazione dell’Ariete o quella del Toro, e così via; non si parla quindi dell’azione del Sole in generale, bensì di quella che parte dalle dodici costellazioni, intendendo sempre il corso del Sole attraverso le costellazioni dello zodiaco, e si indica allora l’affinità dell’io che varia insieme all’azione del Sole che sempre si modifica. Tutto questo, qui solamente abbozzato e meglio approfondito nella Scienza occulta, si può acquisire come conoscenza animico-spirituale; consideriamolo come qualcosa che avviene appunto nel fondo dell’anima umana, rimanendo nell’inconscio, ma in modo da significare una partecipazione interiore alle forze spirituali del cosmo che si estrinsecano nelle stelle fìsse e nei pianeti, e confrontiamo i segreti dell’universo che ci comunica la scienza dello spirito con una fiaba della Melanesia che voglio tratteggiare brevemente.


Sulla strada maestra vi è una pietra che è la madre di Quatl. Egli ha undici fratelli. Dopo che Quatl e i suoi undici fratelli furono creati, Quatl cominciò a creare il mondo attuale; ma questo mondo, come fu creato allora, non conosceva ancora la differenza tra giorno e notte. Quatl viene a sapere che in qualche luogo c’è un’isola nella quale vi è differenza tra giorno e notte. Egli parte per quell’isola e ritorna nella sua terra con alcuni esseri di quell’isola. Sotto l’influsso di questi, gli esseri del suo paese entrano nella condizione alterna di sonno e veglia, avviene per loro animicamente il sorgere e il tramontare del Sole. E meraviglioso quel che risuona anche in questa fiaba: accogliendo in sé la fiaba nel suo insieme, è come se da ogni frase vibrasse qualcosa che sta in rapporto con i segreti universali, come se vibrasse qualcosa di quanto l’anima sperimenta nel senso della scienza dello spirito. Siamo portati a esclamare: le sorgenti dell’atmosfera fiabesca, della poesia delle fiabe, riposano nelle profondità dell'anima umana! Le fiabe sono presentate in immagini perché eventi esteriori devono dare un aiuto per produrre un nutrimento spirituale per la fame che scaturisce dalle esperienze caratterizzate.


Dobbiamo inoltre affermare che siamo ben lontani dalle esperienze stesse, ma le possiamo sentire risuonare nelle immagini delle fiabe. Di fronte a questi fatti non è davvero il caso di meravigliarsi che le fiabe più belle e caratteristiche fossero note in tempi antichi, dai quali ci sono state tramandate, quando gli uomini possedevano ancora una certa coscienza chiaroveggente e potevano più facilmente accedere alle fonti di tale atmosfera poetico-fiabesca; e neanche ci stupisce che le fiabe siano più caratteristiche nelle contrade della Terra, per esempio in India e in generale in Oriente, dove le anime umane sono più vicine a tali fonti di quanto non lo siano le nostre anime occidentali. Passando a considerare le fiabe tedesche, raccolte da Jakob Wilhelm Grimm* nella forma in cui le udirono dai loro parenti o da altre persone, spesso anime semplici, non ci stupiremo di ritrovare descrizioni che si richiamano ai tempi in cui in Europa sorsero le grandi leggende degli eroi, e che le fiabe presentino dei tratti comuni ad esse. E neppure ci potrà stupire che sia risultato in seguito che le fiabe più importanti siano anche più antiche delle leggende degli eroi, poiché queste mostrano solo gli uomini in una determinata età della vita e in una determinata situazione, mentre nelle fiabe vive un elemento più generalmente umano che accompagna l’anima umana dal primo all’ultimo respiro, lungo tutte le età della vita.

Perciò non ci stupiremo se la fiaba condensa nelle immagini anche una profonda esperienza dell’anima, il non sentirsi al risveglio all’altezza delle forze della natura, rispetto alle quali ci si sente inerti e con cui ci si può misurare solo se nello stesso tempo l’anima è confortata da questo pensiero: in te sta qualcosa che ti trascende e in certo modo ti rende poi vincitore sopra le forze della natura. Quando si prova questo stato d’animo, si comprende anche perché così spesso nelle fiabe si incontrano giganti con i quali l’uomo viene a contatto. Perché? I giganti sorgono naturalmente come immagini dallo stato d’animo che si prova quando al mattino l’anima vuole di nuovo immettersi nel suo corpo fìsico e si vede di fronte alle forze della natura che occupano il corpo e le appaiono “gigantesche”. Negli svariati combattimenti dell’uomo contro i giganti è rappresentato il sentimento di lotta provato dall’anima, e ciò corrisponde esattamente a quanto essa sente, anche se non è comprensibile razionalmente. Quando tale lotta le si presenta, di fronte alla posizione dei giganti l’anima sente di possedere una cosa sola: la propria astuzia. Vi corrisponde infatti il sentimento: tu potresti adesso entrare nel tuo corpo, ma che cosa sei tu mai di fronte alle gigantesche forze dell’universo? Tuttavia tu hai qualcosa che non si trova in quei giganti: l’astuzia, il raziocinio! Ciò sta inconsciamente davanti all’anima quando essa deve pur convenire che nulla può contro le gigantesche forze dell’universo; e noi vediamo in effetti come l’anima vi si impegni, quando esprime in immagini lo stato d’animo che abbiamo appena descritto...


Ecco perché è così affascinante per la ricerca venir a sapere che nelle fiabe ci si presenta quello di cui l’anima abbisogna, a causa delle sue esperienze più profonde, nella maniera accennata. Nello stesso tempo non ha luogo alcuna distruzione dell’atmosfera fiabesca, perché proprio chi, forse rifiutando l’essenza della fiaba, giunge a un’introspezione più profonda delle sorgenti della vita subconscia, vi scopre qualcosa che, se rappresentato astrattamente, impoverisce la coscienza, mentre trova che la rappresentazione più comprensibile delle esperienze animiche più profonde è proprio quella in forma di fiaba. Si comprende allora come Goethe abbia espresso la sua ricca esperienza, quella stessa che Schiller espresse in concetti filosofici astratti, nelle immagini suggestive e poliedriche della Fiaba del serpente verde e della bella Lilia.


Ecco perché Goethe, che fu pur tanto attivo nel pensiero, volle esprimere in immagini quello che egli sentiva nel profondo subconscio della vita animica umana. E poiché la fiaba è connessa così profondamente con la parte intima dell’anima, essa è la forma di rappresentazione più adatta all’anima infantile. Si può dire infatti che la fiaba ha portato ad espressione nella maniera più semplice l’elemento più profondo della vita spirituale. Si fa sempre più evidente la sensazione che in tutta la vita artistica cosciente non vi è arte più grande di quella che compie il cammino dal- le profondità incomprese della vita dell’anima alle immagini affascinanti, spesso scherzose della fiaba. Quando si arriva a esprimere nella forma più facile quello che è più diffIcile da capire, si ha l’arte più grande, più naturale, più essenzialmente connessa con l’uomo. E poiché nel bambino l’entità umana è unita in maniera ancora primordiale con tutta l’esistenza e con tutta la vita, il bambino ha bisogno della fiaba come nutrimento per la sua anima. Nel bambino può muoversi ancor più liberamente la rappresentazione di una forza spirituale che non deve venir irretita in concetti teorici astratti, a rischio di devastare l’anima infantile. Deve esserne mantenuto il nesso con quanto ha radice nelle profondità dell’esistenza. Ecco perché non possiamo apportare maggior benefIcio all’anima del bambino di quando facciamo agire su di essa questo elemento che riconduce le radici dell’uomo alle radici dell’esistenza. Il bambino deve essere ancora creativamente attivo alla costruzione di se stesso e deve produrre da sé le forze formative per la sua crescita, per lo sviluppo di tutte le sue disposizioni naturali. Ecco perché sente nelle immagini della fiaba, in cui si congiunge radicalmente con l’esistenza, un nutrimento tanto meraviglioso per la sua anima.


Anche l’adulto, per quanto egli sia dedito all’elemento razionale dell’intelletto, non può mai distaccarsi dalle radici dell’esistenza con le quali è intimamente unito; proprio quando deve essere coinvolto al massimo nella vita, e pertanto in qualunque età della vita, ritorna sempre volentieri alle fiabe, se solamente egli sia dotato di un animo sano ed equilibrato. Non vi è infatti alcuna età, né alcuna condizione umana che ci possa estraniare da quanto sgorga dalle fiabe; dovremmo perdere ogni legame con la parte più profondamente unita alla natura umana, se non avessimo sensibilità per quanto di questo senso dell’umana natura si esprime nelle fiabe e nella loro atmosfera naturale, semplice e primitiva, tanto incomprensibile all’intelletto.


Si può quindi comprendere come uomini che dedicarono tanto tempo a ridare all’umanità le fiabe, anche se un po’ intonacate di cultura, uomini come per esempio i fratelli Grimm come essi abbiano avuto il sentimento di dare all’umanità qualcosa di intimamente appartenente alla natura umana stessa. Allora si comprende anche come, nonostante lo sforzo notevole esercitato per secoli da parte della cultura razionale per estraniare dalle fiabe l’anima umana e anche quella infantile, tali raccolte di fiabe abbiano ritrovato favore presso gli uomini sensibili e siano ridiventate bene comune non solo delle anime infantili, ma di tutti. E sempre più ciò avverrà quanto più si considererà la scienza dello spirito non solo una teoria, ma una disposizione dell’anima che sempre più ricongiungerà l’anima stessa, per via di sentimento, con le radici spirituali della propria esistenza. Così, proprio mediante la diffusione della scienza dello spirito, si realizzerà ciò che era nelle intenzioni dei veri raccoglitori di fiabe, dei veri conoscitori e narratori di fiabe. Si realizzerà quello che un uomo, profondo amico della narrazione di fiabe, diceva spesso in conferenze che io potei udire, riprendendo un bel detto poetico in cui vediamo riassunto quanto deriva, in senso attuale, anche dall’osservazione scientifìco-spirituale delle fiabe. Possiamo riassumerlo nelle parole che quell’uomo pronunciò appunto nelle sue conferenze, lui che sapeva amare le fiabe, che sapeva come raccoglierle, che le sapeva apprezzare e perciò si riallacciava sempre al detto: fiabe e leggende sono come un angelo buono, dato all'uomo alla nascita, conforme alla sua patria, per il suo pellegrinaggio terreno; perché gli sia fedele compagno per tutta la vita e, appunto perché gli si offre come compagno, renda la sua vita una vera fiaba interiormente animata.


Berlino, 06 febbraio 1913


Tratto da

O.O 62 - La poesia delle fiabe alla luce della scienza dello spirito

Rudolf Steiner


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