Nel pensare si afferra un lembo del segreto dell'universo

Oggi vorrei cercar di descrivere da un punto di vista diverso certi fatti dei quali ho parlato qui a Dornach nelle settimane scor­se, cominciando col tracciare la via che conduce dalla vita ani­ mica stessa dell’uomo alla conoscenza dei segreti dell’universo. Vorrei dunque adesso procedere un poco più in profondità nel considerare la vita dell’anima.


Se si pratica l’introspezione in modo serio e profondo, si sco­pre che la vita dell’anima è in certo qual modo suscettibile di un potenziamento. È migliore l’introspezione che si rivolge di preferenza all’aspetto (vorrei dire) energetico: allo sforzo cioè di vivere noi stessi nell’elemento del pensiero, senza guardare al mondo esterno, perseguendo poi ulteriormente in pensieri ciò che in precedenza era stato impressione del mon­do esterno.


Questo congiungersi con i segreti del­ l’universo nell’intima esperienza del pensiero rappresenta infatti il nucleo essenziale della Filosofia della Libertà: per tale ragione vi si trova formulato il periodo:

«nel pensare si afferra un lembo del segreto dell’universo».

Se ci si è dati la pena di fare l’esperienza del pensare, non ci si trova più nel mondo in cui si stava prima, bensì nel mondo eterico.

Come col pensare ordina­rio si tendono per così dire delle antenne spirituali verso il mon­do esterno, così con quel pensare divenuto capace di sperimen­tare se stesso si tendono continuamente delle antenne verso la propria interiorità. Si diventa oggetto, diventiamo per noi stessi oggetto.


Una seconda esperienza che l’uomo può compiere nella pro­pria vita animica interiore ha luogo quando egli non sviluppa semplicemente i pensieri suscitati in lui dal mondo esterno, ben­ sì quando si abbandona ai suoi ricordi. L’abbandonarsi interior­mente in modo reale ai propri ricordi produce a sua volta una ben determinata esperienza. L’esperienza di pensiero che ho de­ scritta prima riconduce in sostanza a noi stessi: si afferra se stes­si, e in tale esperienza si prova una certa soddisfazione.


Nel corso del pensare si tro­va la libertà, che dipende interamente dall’elemento umano per­sonale. Una filosofia della libertà deve quindi prendere le mosse dall’esperienza del pensare, dato che è questo tipo di esperienza a condurre l’uomo a se stesso, a fargli scoprire se stesso come per­sonalità libera. Non accade così con l’esperienza del ricordo; in quest’ultima, se si è in grado di affrontarla con estrema serietà, immergendovisi completamente, si giunge alla fine al sentimen­to di essersi del tutto sciolti da se stessi, di essersi separati da se

stessi.


Se si è ca­paci di sviluppare ricordi tali da intensificare il senso della pro­pria vita quando ci si abbandona ad essi, questo sentimento rap­presenta vorrei dire una preparazione di quello che il ricordo può diventare, se acquista una realtà molto maggiore. Si può dunque ricorrere a qualsiasi cosa che sia atta a riportare il passato nel presente, con la massima possibile realtà. In questo modo si perviene a staccarsi notevolmente dall’esperienza del presente.


Ora, quando si rievocano con l’intensità necessaria le esperienze fatte nel passato, ci si accosta appunto al corpo astrale che durante il sonno sta fuori del corpo fisico. Può darsi che si stenti a credere che a una cosa tanto insignificante quanto la rievocazione di esperienze passate, magari tramite un vestito smesso, si debba attribuire un effetto così forte. L’importante però è che si faccia una prova. Se la si fa, rievocando energica­ mente nel presente cose vissute molto tempo fa, sì da vivere in esse con intensità e da dimenticare il presente, si constaterà di es­sersi avvicinati al proprio corpo astrale dormiente.


Ciò che si verifica realmente in quel caso è per esempio che, grazie a quelle esperienze, a poco a poco si percepirà l’aurora in modo del tutto diverso da come la si percepiva prima; o che si assisterà con un sentimento del tutto diverso al levar del Sole.


Se dunque dal ricordo (o meglio, dalla for­ za del ricordo) si riesce a sviluppare questi sentimenti, allora le cose che di solito si sono percepire mediante i sensi fisici comin­ciano ad acquistare un diverso aspetto: esse cominciano a diven­tare trasparenti, in senso animico-spirituale.


Nel momento in cui si ha quell’esperienza del pensare non si sente più la connessione con la Terra, ma ci si sente di­ pendenti dalle distese della sfera cosmica. Tutto proviene da quel­ le lontananze (si notino le frecce, nella figura): non dal basso, non dal centro della Terra verso l’alto, bensì dalle lontananze co­smiche.

La parte inferiore del capo esprime forze che provengo­no dall’interno, quella superiore invece è formata dall’esterno verso l’interno (vedi la figura precedente). Nell’esperienza del pensare ci si sente dunque congiunti con l’ambiente. Se infatti si sviluppa fino in fondo nel proprio inti­mo l’esperienza del pensare, se ne ricava alla fine l’impressione della terza gerarchia: Angeli, Arcangeli, Archài.


Il limite cosmico si può raggiungere, se si penetra nella realtà dell’espe­rienza pensante. Se dall’esperienza del pen­sare si passa a quella del ricordo, con tutti i suoi effetti, si finisce per guardare entro quegli oggetti.

Lo sguardo pervenuto fino alle lontananze cosmiche, se vie­ ne portato più oltre mediante l’esperienza del ricordo, vede dentro alle cose. Non si penetra dunque ancora più avanti, in lontananze indeterminate e astratte, bensì lo sguardo fatto prose­guire finisce per vedere entro le cose: scorge in ogni cosa lo spiri­tuale. Si può dunque affermare che l’esperienza del ricordo conduce alla seconda gerarchia.


Nella vita animica dell’uomo esiste peraltro qualcosa che oltre­passa il ricordo: può accadere di incontrare una persona che giudica tutto in modo negativo, che getta un’atmosfera amara su qualunque cosa gli si dica, che si af­fretta a raccontare qualcosa di brutto, se gli viene comunicato qualcosa di molto bello. Di una persona come questa si può es­sere certi che il suo modo di essere è legato ai suoi ricordi. È il ri­cordo che dà il colorito caratteristico all’anima.

Il frutto della forza del ricordo tra­ passa addirittura nella conformazione fisica; talora ciò avviene con tanta forza, da modificare nel corso degli anni tanto i gesti e la fisionomia, verso l’esterno, quanto il suo temperamento stesso. Non sempre infatti nella vecchiaia si ha lo stesso temperamento che si aveva nell’infanzia; spesso il temperamento della vecchiaia è il risultato delle esperienze fatte durante la vita, divenute ricor­di nell’anima.

È ancora relativamente facile (al fine di realizzare per così dire il ricordo) raffigurarci qualcosa che abbiamo vissuto du­rante la nostra infanzia, o comunque nel nostro passato. Ben più difficile è invece l’immergerci nel temperamento che possedeva­mo durante l’infanzia o comunque nel passato. Tuttavia la realiz­zazione di un esercizio di questo genere può essere straordinaria­ mente importante per l’uomo. E si consegue qualcosa di più, se si riesce a farlo in modo approfondito, nell’anima, che non se lo si fa esteriormente.


Un tale trasferirsi nel passato fin nel gesto esteriore, fin nell’espressione del viso, ripor­ ta nella nostra vita la sensazione che si può esprimere così: il mondo esterno è il mondo interno e il mondo interno è il mon­do esterno.


Si penetra allora ad esempio in un fiore con tutto il proprio essere, e all’esperienza del pensare, a quella del ricordo, si ag­giunge quella che vorrei chiamare l’esperienza del gesto, nel mi­glior senso della parola. Grazie a tale esperienza perveniamo al­l’idea che lo spirituale opera ovunque direttamente in ciò che è fisico. Se questo si realizza, si è pervenuti all’esperienza della prima gerarchia.


Riassumendo:

Esperienza del pensiero - Terza gerarchia

Esperienza del ricordo — Seconda gerarchia

Esperienza del gesto - Prima gerarchia



Rudolf Steiner O.O. 232 - Aspetti dei Misteri Antichi

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