Se ci si potesse avvicinare al Sole, vi si scoprirebbe ciò che potremmo considerare uno spazio vuoto


Ho fatto presente che in tutte le antiche concezioni del mondo si parlava di una triplicità del Sole, di quel Sole che viene percepito dai sensi fisici come un globo luminoso sospeso là fuori nello spazio. Dietro questo Sole gli antichi sapienti vedevano però il Sole animico — Helios per i Greci — e giusto dietro il Sole animico vedevano il Sole spirituale, che ancora Platone, ad esempio, identificava con il Bene. Per gli uomini d’oggi, in effetti, non ha alcun senso parlare di Helios, del Sole animico, o tanto meno de! Sole spirituale, del Bene. Ma come qui, fra la nascita e la morte, splende per noi il Sole fisico, così, nel tempo che trascorriamo fra la morte e una nuova nascita, risplende fin dentro il nostro io, se così posso dire, il Sole spirituale, quello appunto che viene identificato da Platone con il Bene. Con riferimento al tempo che intercorre fra la morte e una nuova nascita non ha alcun senso parlare del globo luminoso di cui parla la nostra odierna concezione materialistica del mondo; fra la morte e una nuova nascita ha senso soltanto parlare del Sole spirituale, di ciò che Platone designa ancora come il Bene.


Proprio un concetto come questo dovrebbe tuttavia suggerirci qualcosa. Dovrebbe suggerirci di riflettere a ciò che effettivamente significa la rappresentazione fisica che ci formiamo del mondo. Che nella rappresentazione fisica che ci formiamo del mondo, in ciò che è dispiegato in forma sensibile davanti a noi, dobbiamo vedere una specie di illusione, una specie di maya, è cosa che purtroppo non viene presa sul serio nel pieno senso della parola, per lo meno non abbastanza sul serio da poterne compenetrare realmente la concezione della vita.


Una rappresentazione del Sole di questo tipo è propria in sostanza di quanti riconoscono alla fisica, o, per meglio dire, all’astrofisica odierna, un’autorità assoluta: se potessero salire fin là dove i fisici dislocano il Sole, costoro, avvicinandoglisi - prescindiamo adesso, beninteso, dal fatto che la vita umana sia condizionata, presupponiamo che possa essere incondizionata —, sentirebbero un caldo enorme — così si immaginano — e poi, una volta giunti all’interno dello spazio che il fisico presume occupato dal Sole, troverebbero entro questo spazio del gas incandescente o qualcosa di analogo. Così in effetti se lo raffigura il fisico: come un globo gassoso incandescente o qualcosa del genere. Ma così non è, questa è una vera e propria maya, è una vera e propria illusione. Una simile rappresentazione non regge neppure davanti alle concezioni veritiere cui si può arrivare nell’ambito della fisica, e tanto meno poi davanti alle reali visioni soprasensibili.

Se infatti ci si potesse realmente avvicinare al Sole e si giungesse là dove il Sole si trova, ebbene, nell’avvicinarsi si scoprirebbe qualcosa come se si dovesse passare attraverso un flusso di luce; se però ci si inoltrasse là dove i fisici presumono esservi il Sole fisico, vi si scoprirebbe in un primo momento quel che potremmo considerare dello spazio vuoto.

Lì non c’è assolutamente nulla; lì, dove si presume esservi il Sole fisico, non c’è proprio nulla.


Lì non c’è nulla, c’è dello spazio vuoto. Ma è uno spazio vuoto singolare! Quando dico: “Non c’è nulla”, in realtà non mi esprimo del tutto correttamente; c’è meno di nulla. Non c’è semplicemente uno spazio vuoto, ma c’è meno di nulla. E questa è una cosa della quale, per gli occidentali di oggi, è straordinariamente difficile formarsi una rappresentazione.

Se andassimo infatti a vedere oltre questa corona solare, troveremmo estremamente disagevole questo spazio vuoto in cui ci introdurremmo: esso infatti ci dilania.


Qui sta il più grosso difetto dell’odierna concezione del mondo, nell’ignorare questo genere peculiare di materialità negativa — se così posso esprimermi —, nel conoscere unicamente il vuoto e il pieno, e non ciò che è meno del vuoto.

Proprio in quanto non conosce ciò che è meno del vuoto, infatti, la cognizione, la concezione odierna del mondo è trattenuta nel materialismo, vi è trattenuta nel preciso senso del termine, è, vorrei dire, imprigionata nel materialismo.

Poiché anche nell’uomo abbiamo un luogo, se così posso esprimermi, che è più vuoto dei vuoto; non nel suo insieme, ma in quanto vi si trovano racchiuse delle parti che sono più vuote del vuoto. Nell’insieme, l’uomo — l’uomo fisico voglio dire — è infatti un essere che riempie materialmente uno spazio; ma una determinata parte della natura umana, una delle tre parti di cui ho parlato, ha effettivamente in sé qualcosa che è simile al Sole, che è più vuoto del vuoto. Si tratta — dobbiamo accettarlo — della testa. E proprio perché l’uomo è organizzato in modo tale per cui la sua testa può sempre vuotarsi ed essere in certe parti più vuota del vuoto, proprio perciò la testa ha la possibilità di immagazzinare l’elemento spirituale.


Certo, i materialisti dicono che il cervello è lo strumento della vita animica, del pensiero. E vero il contrario: sono i vuoti presenti nel cervello, anzi, è perfino quel che è più dei vuoti (o, potrei anche dire, meno dei vuoti), è ciò che è più vuoto del vuoto, è questo lo strumento della vita animica. E là dove non c’è vita animica, dove la vita animica urta continuamente dove lo spazio del nostro cranio è riempito dalla massa cerebrale, là nulla viene pensato, nulla viene vissuto animicamente. Non abbiamo bisogno del nostro cervello fisico per la vita animica, ne abbiamo bisogno solamente per trattenerla, per trattenerla fisicamente. Se la vita animica, che propriamente vive nei vuoti del cervello, non urtasse dappertutto, si dileguerebbe; non perverrebbe alla nostra coscienza. Essa vive però nei vuoti del cervello, che sono più vuoti del vuoto.



Rudolf Steiner

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